lunedì 16 ottobre 2017

IDEOLOGIA DELL' ARDITISMO

Molti storici cominciano ad ammettere, sia pure a malincuore, che lo squadrismo fascista fu –con il Risorgimento- la massima manifestazione di giovinezza vincente nella storia italiana.

Certo, giovani vi furono anche nella Resistenza e, scalando di livello, essi furono i protagonisti del ’68, ma si trattò, in entrambi i casi di avvenimenti conclusisi con la sconfitta dei protagonisti, nella sostanza, aldilà delle apparenze nel primo caso, totale ed evidente nel secondo.

Per una singolare coincidenza mi capitano sottomano due brani, il primo di Antonio Gramsci e il secondo di Ferruccio Vecchi, scritti pressocchè in contemporanea, che dimostrano il diverso approccio dei “conservatori” comunisti e dei “rivoluzionari” fascisti alla irrequieta gioventù del dopoguerra, a quegli adolescenti irrequieti che ambedue chiamano, con spirito diverso, “monelli”.

GRAMSCI (Avanti 16 novembre 1918):

 “Se il nostro proletariato non avesse saputo, in questi giorni (allude a manifestazioni e comizi torinesi ndr), frenare i moti della sua anima, se si fosse lasciato prendere dalla voluttà di far sentire la potenza dei suoi muscoli tesi, esso, anziché dare spettacolo di forza, avrebbe dato segno di debolezza, siccome l’uomo maturo offenderebbe se stesso se raccattasse l’insulto del primo monello di strada”.


VECCHI (“Arditismo civile”, 1920):

“Il sentimento italiano lo dobbiamo cercare non più nemmeno nel giovane (20-30 anni) ma nel giovanissimo (15-20 anni). Scorgo nel monello di 15-18 anni d’oggi qualcosa di più impaziente e di costruttivo che non scorgessi nel monello di prima della guerra e che questa ha stancato, il monello d’oggi vuole fare qualcosa, assolutamente qualcosa, ed i suoi occhi sono più chiari e brillano di malcelata passione. Non gli si può rimproverare di non aver fatto la guerra, poiché egli l’ha fatta con tutta l’anima”.


Giacinto Reale



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