lunedì 10 aprile 2017

SANTO CHIODO DEL DUOMO DI MILANO




L’ingegner Brunati ha studiato lo strano reperto conservato nel Duomo di Milano: rivela una tecnica finora ignota ma confermata dalla Sindone. "Staffe e anelli sembrano studiati per far sopravvivere (e soffrire) il più possibile il condannato Non serviva neppure il martello".


Il Duomo di Milano conserva - esposto in una lanterna alta sopra l’altar maggiore - una reliquia: il Santo Chiodo, secondo la tradizione servito per crocifiggere Gesù, portato dalla Palestina da sant’Elena (la madre di Costantino imperatore) attorno al 330 d.C.

Il punto è che il Santo Chiodo non somiglia affatto a un chiodo. Anzitutto, è costituito di due pezzi di ferro distinti: una rozza asta a punta lunga oltre 20 centimetri, che termina dall’altra parte (dove dovrebbe esserci la testa del chiodo, la parte da martellare) ha invece un anello. L’altro pezzo è una sorta di staffa o "cavallotto" ad arco, con anelli ad ognuna delle estremità. Inoltre, nella teca del Duomo, ci sono pezzi di filo di ferro.

"Sant’Ambrogio, nel 395, spiegò la strana forma della reliquia ipotizzando che Elena aveva fatto fondere i due chiodi della croce uno in forma di diadema (è quello della Corona ferrea), l’altro - quello del Duomo - a forma di morso di cavallo, come dono a suo figlio Costantino", racconta Ernesto Brunati. L'ingegnere (è stato dirigente della General Motors) s’è invece convinto, studiando il problema in termini di "forze" e di "carichi", che quei pezzi di antica carpenteria siano proprio un apparato necessario dell’orrendo strumento di tortura che era la croce.


"La crocifissione mirava a far sopravvivere il suppliziato il più a lungo possibile, tra atroci sofferenze: cosa possibile solo se la vittima poteva sollevarsi almeno un poco di tanto in tanto per respirare, riempire la cassa toracica. Inchiodato direttamente al legno, coi polsi e coi piedi trafitti, il poveretto sarebbe stato immobilizzato: ogni movimento gli avrebbe prodotto tremendi dolori. Senza contare che, con le braccia aperte a 120 gradi, su ogni braccio del crocifisso gravava il peso dell’intero corpo, circa 70 chili".

I tecnici-torturatori (dei veri specialisti) avevano "risolto il problema" utilizzando il congegno in tre parti che è il Santo Chiodo di Milano. Più che una lunga descrizione serve vedere i disegni dell’ingegner Brunati: come l’asta di ferro veniva ficcata nel polso come un coltello ("Non c’era nemmeno bisogno di martellarla"), e legata al "cavallotto" curvo con il filo di ferro, sì da costituire un ingegnoso e orribile marchingegno, un solido anello attorno al polso del condannato. "A quel punto, bastava appendere l’insieme, grazie all’anello sulla testa dell’asta, ad un gancio che doveva essere fisso sul braccio orizzontale della croce - racconta Brunati -. Il peso della vittima veniva "caricato" su quel gancio, e non gravava sul corpo umano, e ancor meno sulla ferita al polso. Puntellandosi sui piedi, il poveretto poteva sollevarsi ed estendere la cassa toracica, subendo dolori sopportabili".

Il braccio orizzontale della croce, il patibulum, era mobile. Il suppliziato lo portava a spalla al luogo dell’esecuzione, dove il palo verticale era piantato a terra in modo permanente. "Ritengo che la vittima fosse agganciata al patibulum distesa al suolo, ciò che avveniva rapidamente grazie a quegli speciali "chiodi", e poi sollevato con una carrucola sul palo. Tutta la bisogna veniva sbrigata con efficienza e facilità, molto più che se i carnefici avessero dovuto sollevare l’intera croce, col corpo inchiodato sopra. Senza necessità di arrampicarsi su scale, senza bisogno di usare martelli o mazze. I piedi venivano inchiodati dopo, con un congegno analogo".

Sembra convincente? Forse. Ma allora perché le innumerevoli iconografie della crocifissione mostrano invariabilmente Gesù inchiodato con grossi chiodi da carpentiere? Perché il Vangelo non parla del complicato congegno? Come mai la tradizione avrebbe dimenticato quel particolare, e sant’Ambrogio stesso dubitò che la reliquia di Milano fosse autentica? "Semplice: né gli artisti, né gli evangelisti né Ambrogio erano dei tecnici", risponde l’ingegnere. Le rappresentazioni della crocifissione non pretendono di essere descrizioni archeologicamente esatte. Ai tempi di Ambrogio, Roma non crocifiggeva più da decenni, sì che le orrende tecniche dei carnefici erano andate perdute.

Del resto, il mondo antico non ha tramandato quasi nulla delle tecniche, spesso ingegnose, usate dagli specialisti romani: l’argomento era "vile", non degno di essere ricordato per iscritto da dotti. Roba da lavoratori manuali. "Quando furono scoperte le navi di Nemi, ci si stupì di constatare che il timone girava su un cuscinetto a sfere in legno: un congegno che la Riv-Skf svedese vanta come una sua invenzione, molto moderna. Nessun testo antico parla di cuscinetti a sfere romani", dice Brunati.

Ancora un dubbio: la Sindone non sembra mostrare un uomo inchiodato ai metacarpi? "Guardi bene – replica l’ingegnere mostrando un negativo della Sindone, le mani del crocifisso incrociate sul ventre -. Veda le macchie di sangue sul dorso dell’Uomo. Come noterà, sono colate. Il sangue è colato verticalmente. Se l’Uomo fosse stato trafitto da normali chiodi, quelle mani sarebbero state a contatto diretto della croce. Il sangue, anziché colare, si sarebbe sparso sfregando contro il legno".

Aggiunge: "Proprio la Sindone mi ha spinto ad indagare sul Chiodo di Milano, che non è un chiodo. Quel sangue che pareva esser colato liberamente lungo il braccio del suppliziato. L’assenza in tutto il lenzuolo di segni di strisciamento, di strofinamento". Che cosa vuol dire? "Che il cadavere è stato deposto con facilità e rapidamente com’era stato innalzato, grazie agli speciali "chiodi" - risponde Brunati -. Bastò probabilmente deporre il patibulum con una carrucola, dopo aver staccato i piedi del crocifisso dal gancio predisposto sul palo verticale. Poi, sganciate anche le mani, il corpo poté essere steso sul lenzuolo, tenendolo sollevato per i congegni ancora fissati ai polsi. Senza bisogno di sorreggerlo, né di trascinarlo. E senza che gli operatori si macchiassero di sangue, causa di impurità per gli ebrei".



(Fonte:  "Avvenire", 15 gennaio 2002)