mercoledì 19 aprile 2017

VENTUN GIORNI ALLA GIUDECCA

Il Diario  della terribile esperienza carceraria di Maria Marini , pacifica signora veneta catapultata un giorno in carcere con la accusa di " terrorismo", solo per aver creduto che in una sedicente democrazia fosse permesso di esprimere pacificamente  sentimenti di dissenso politico e auspicare l' indipendenza delle terre venete.

L' allucinante odissea nel carcere femminile veneziano della Giudecca.

La pesante realtà dei processi politici in Italia, dalla voce diretta di una perseguitata innocente. Il libro è anche una profonda testimonianza  di fede cristiana nelle angustie di una tragedia.


LINK UFFICIALE DEL LIBRO :


INVASIONE : ADDIO ALLA CASA



Perché i prefetti requisiscono le case vuote per gli immigrati e non per i terremotati?

Forse i lettori ricorderanno una  nota  nella quale prevedevo che, a breve, per dare alloggio agli invasori clandestini, dopo le caserme vuote e i locali non utilizzati si sarebbe passati ad occupare le abitazioni vuote (seconde case).

Nella stessa nota si rilevava che il diritto di proprietà  sarebbe stato superato dal dovere di fornire un tetto a chi arriva. Non è consentito lasciare esseri umani senza un tetto. Che il senso umano cancelli ogni altra legge è nell’ordine delle cose.

Il problema non nasce da criteri etici, umanitari, conseguenti ad un evento catastrofico come il terremoto, ma dalla necessità di fronteggiare “uno stato emergenziale” che per il protrarsi e il moltiplicarsi nel numero e nel tempo diventa realtà quotidiana. Peccato poiche l’ emergenza venga fabbricata apposta, dal momento che orami gli africani vengono prelevati in Africa, per portarli qua per gli interessi ideologici ed economici delle centrali del globalismo  e non è vero che sono “poveri naufraghi che affrontano il mare aperto per sfuggire alle guerre” .

Tutta questa è una commedia strappalacrime anema e core. All’ italiana, appunto.

Si trasforma scientemente lo straordinario in ordinario.  Fino all’ autodistruzione finale in nome del buonismo.

Questo è il nuovo vangelo del buonismo , che impone di strappare di bocca il cibo ai propri figli per sfamare gli stranieri parassiti che vengono importati a valanghe.

Questo è il nuovo vangelo buonista : sovvenzionare l’ invasione della negritudine inetta e islamica, per abbassare i salari sia ai nuovi schiavi che agli italiani, secondo un criterio di concorrenza di forze lavoro al ribasso.

Questo è il nuovo vangelo buonista : creare le premesse di un nuovo sfruttamento fra classi, come nel primo ottocento europeo.

Questo è il nuovo vangelo del buonismo : accogliere gli stranieri con tanto ammore  al punto di farsi mussulmani per loro e non metterli a disagio.

La tv  l’altro giorno ha dato notizia che il Prefetto di una città della  Sicilia, non sapendo come sistemare i clandestini, ha ordinato l’utilizzazione delle case vuote (seconde case o abitazioni non affittate). L’accoglienza prevale sul diritto di proprietà. Si deve essere generosi e ovviamente i proprietari, sudditi disciplinati, dovranno farsi carico di tutte le tasse – non poche- che gravano sull’edilizia privata. Non basta. Anche le utenze dovranno pagarle i proprietari, colpevoli di possedere un seconda casa, molte vuote perché ancora di cerca dell’affittuario. Il “ padrone” spesso è un pensionato con modesto vitalizio che con la seconda casa sperava di integrare il modesto reddito. Non conta. Il clandestino prima di tutto!

Le risorse questo lo hanno ben percepito, sanno di poter avanzare diritti di ogni sorta senza trovare resistenze degne di questo nome : è notizia recente che a Milano hanno okkupato delle case popolari armati di trapani, seghe elettriche ed altri armi occasionali.

Ma,  si è certi che ogni italiano  sia un “babbu leto” (scemo contento)? 

Esaurite le seconde case o case  non abitate e continuando come è certo l’afflusso di clandestini – attualmente quasi  il 10% della popolazione italiana -, si passerà alla coabitazione , imposta  prima a chi dispone di alloggi ampi, per giungere a quanto avvenne nella Russia  nell’era di Stalin? 

La “ kommunalka “ era l’abitazione dove varie famiglie convivevano con una cucina e un cesso in comune. Usavano pentole con lucchetto per difendere il proprio cibo. Si vive in un stato che non difende, non è capace, ma offende e ci riesce. Chi ha disposto in Sicilia  l’occupazione delle  case  libere?  Il Prefetto. Già, i prefetti, rappresentanti dello stato. Governo debole con i potenti, arrogante e prevaricatore con i deboli.

I sudditi sono tali perché deboli : non raccolgono  i sassi e non li scagliano contro chi li opprime. Cercano solo di ottenere , con la corruzione, qualche briciola dal desco imbandito del ceto politico che ci dissangua.

Le prefetture impongono di utilizzare le case non abitate per gli sbarchi ma non per il sisma, questa è la verità : paga molto di più il business dell’ accoglienza fasulla che non la coscienza pulita di avere fatto il proprio dovere come amministratori del popolo italiano. Evidentemente , i politici hanno messo la coscienza in un cassetto, preferendo mettere le mani nella dispensa del popolo italiano…

Il quale, appunto , si accontenta di ottenere qualche briciola di quello che già era suo...

Settima potenza industriale del mondo, addio ! Arrivano i barconi……


Observer


I LIBRI DELLA LANTERNA SULL’ INVASIONE :


lunedì 10 aprile 2017

SANTO CHIODO DEL DUOMO DI MILANO




L’ingegner Brunati ha studiato lo strano reperto conservato nel Duomo di Milano: rivela una tecnica finora ignota ma confermata dalla Sindone. "Staffe e anelli sembrano studiati per far sopravvivere (e soffrire) il più possibile il condannato Non serviva neppure il martello".


Il Duomo di Milano conserva - esposto in una lanterna alta sopra l’altar maggiore - una reliquia: il Santo Chiodo, secondo la tradizione servito per crocifiggere Gesù, portato dalla Palestina da sant’Elena (la madre di Costantino imperatore) attorno al 330 d.C.

Il punto è che il Santo Chiodo non somiglia affatto a un chiodo. Anzitutto, è costituito di due pezzi di ferro distinti: una rozza asta a punta lunga oltre 20 centimetri, che termina dall’altra parte (dove dovrebbe esserci la testa del chiodo, la parte da martellare) ha invece un anello. L’altro pezzo è una sorta di staffa o "cavallotto" ad arco, con anelli ad ognuna delle estremità. Inoltre, nella teca del Duomo, ci sono pezzi di filo di ferro.

"Sant’Ambrogio, nel 395, spiegò la strana forma della reliquia ipotizzando che Elena aveva fatto fondere i due chiodi della croce uno in forma di diadema (è quello della Corona ferrea), l’altro - quello del Duomo - a forma di morso di cavallo, come dono a suo figlio Costantino", racconta Ernesto Brunati. L'ingegnere (è stato dirigente della General Motors) s’è invece convinto, studiando il problema in termini di "forze" e di "carichi", che quei pezzi di antica carpenteria siano proprio un apparato necessario dell’orrendo strumento di tortura che era la croce.


"La crocifissione mirava a far sopravvivere il suppliziato il più a lungo possibile, tra atroci sofferenze: cosa possibile solo se la vittima poteva sollevarsi almeno un poco di tanto in tanto per respirare, riempire la cassa toracica. Inchiodato direttamente al legno, coi polsi e coi piedi trafitti, il poveretto sarebbe stato immobilizzato: ogni movimento gli avrebbe prodotto tremendi dolori. Senza contare che, con le braccia aperte a 120 gradi, su ogni braccio del crocifisso gravava il peso dell’intero corpo, circa 70 chili".

I tecnici-torturatori (dei veri specialisti) avevano "risolto il problema" utilizzando il congegno in tre parti che è il Santo Chiodo di Milano. Più che una lunga descrizione serve vedere i disegni dell’ingegner Brunati: come l’asta di ferro veniva ficcata nel polso come un coltello ("Non c’era nemmeno bisogno di martellarla"), e legata al "cavallotto" curvo con il filo di ferro, sì da costituire un ingegnoso e orribile marchingegno, un solido anello attorno al polso del condannato. "A quel punto, bastava appendere l’insieme, grazie all’anello sulla testa dell’asta, ad un gancio che doveva essere fisso sul braccio orizzontale della croce - racconta Brunati -. Il peso della vittima veniva "caricato" su quel gancio, e non gravava sul corpo umano, e ancor meno sulla ferita al polso. Puntellandosi sui piedi, il poveretto poteva sollevarsi ed estendere la cassa toracica, subendo dolori sopportabili".

Il braccio orizzontale della croce, il patibulum, era mobile. Il suppliziato lo portava a spalla al luogo dell’esecuzione, dove il palo verticale era piantato a terra in modo permanente. "Ritengo che la vittima fosse agganciata al patibulum distesa al suolo, ciò che avveniva rapidamente grazie a quegli speciali "chiodi", e poi sollevato con una carrucola sul palo. Tutta la bisogna veniva sbrigata con efficienza e facilità, molto più che se i carnefici avessero dovuto sollevare l’intera croce, col corpo inchiodato sopra. Senza necessità di arrampicarsi su scale, senza bisogno di usare martelli o mazze. I piedi venivano inchiodati dopo, con un congegno analogo".

Sembra convincente? Forse. Ma allora perché le innumerevoli iconografie della crocifissione mostrano invariabilmente Gesù inchiodato con grossi chiodi da carpentiere? Perché il Vangelo non parla del complicato congegno? Come mai la tradizione avrebbe dimenticato quel particolare, e sant’Ambrogio stesso dubitò che la reliquia di Milano fosse autentica? "Semplice: né gli artisti, né gli evangelisti né Ambrogio erano dei tecnici", risponde l’ingegnere. Le rappresentazioni della crocifissione non pretendono di essere descrizioni archeologicamente esatte. Ai tempi di Ambrogio, Roma non crocifiggeva più da decenni, sì che le orrende tecniche dei carnefici erano andate perdute.

Del resto, il mondo antico non ha tramandato quasi nulla delle tecniche, spesso ingegnose, usate dagli specialisti romani: l’argomento era "vile", non degno di essere ricordato per iscritto da dotti. Roba da lavoratori manuali. "Quando furono scoperte le navi di Nemi, ci si stupì di constatare che il timone girava su un cuscinetto a sfere in legno: un congegno che la Riv-Skf svedese vanta come una sua invenzione, molto moderna. Nessun testo antico parla di cuscinetti a sfere romani", dice Brunati.

Ancora un dubbio: la Sindone non sembra mostrare un uomo inchiodato ai metacarpi? "Guardi bene – replica l’ingegnere mostrando un negativo della Sindone, le mani del crocifisso incrociate sul ventre -. Veda le macchie di sangue sul dorso dell’Uomo. Come noterà, sono colate. Il sangue è colato verticalmente. Se l’Uomo fosse stato trafitto da normali chiodi, quelle mani sarebbero state a contatto diretto della croce. Il sangue, anziché colare, si sarebbe sparso sfregando contro il legno".

Aggiunge: "Proprio la Sindone mi ha spinto ad indagare sul Chiodo di Milano, che non è un chiodo. Quel sangue che pareva esser colato liberamente lungo il braccio del suppliziato. L’assenza in tutto il lenzuolo di segni di strisciamento, di strofinamento". Che cosa vuol dire? "Che il cadavere è stato deposto con facilità e rapidamente com’era stato innalzato, grazie agli speciali "chiodi" - risponde Brunati -. Bastò probabilmente deporre il patibulum con una carrucola, dopo aver staccato i piedi del crocifisso dal gancio predisposto sul palo verticale. Poi, sganciate anche le mani, il corpo poté essere steso sul lenzuolo, tenendolo sollevato per i congegni ancora fissati ai polsi. Senza bisogno di sorreggerlo, né di trascinarlo. E senza che gli operatori si macchiassero di sangue, causa di impurità per gli ebrei".



(Fonte:  "Avvenire", 15 gennaio 2002)




giovedì 6 aprile 2017

GUERNICA E IL GUINNESS DELLE MENZOGNE




 “Era un lunedì, giorno di mercato...dopo tre ore di martellamento dal cielo...i morti furono 1.654, i feriti quasi 900”.

Credo sia difficile trovare un articolo che contenga un tale cumulo di sciocchezze in una ventina di parole, come quello di Marco Cicala rievocativo di Guernica sull’ultimo Venerdi, il Magazine di Repubblica
Non ho nemmeno voglia di farci un pezzo su...chi vuole può leggersi il bel libro di Stefano Mensurati “Il bombardamento di Guernica” (ideazione 2004).

Comunque , in sintesi: quel giorno non c’era nessun mercato, perché sospeso per la vicinanza del fronte (e, d’altronde, il bombardamento avvenne nel tardo pomeriggio, quando anche “normalmente” il mercato era già chiuso)....l’azione degli aerei durò una mezz’oretta, dalle 18,30 alle 19,00....i morti –secondo gli stessi storici baschi- furono circa 200 e i feriti altrettanti

Da ultimo, va detto che Guernica era un obiettivo militare a tutti gli effetti: sede del Comando Militare di zona responsabile di 17.000 uomini, alloggiava 3 Battaglioni repubblicani attestati a difesa e varie infrastrutture logistiche

Sono scoraggiato: veramente mi chiedo se la ricerca della verità che tanti studiosi di valore (e noi qui nel nostro piccolo) si propongono, non sia una battaglia ormai persa....

Giacinto Reale


I LIBRI DI STORIA DELLE EDIZIONI DELLA LANTERNA :



BANKSTERS / QUANDO CHIEDI UN MUTUO


"L'attività bancaria fu fecondata con l'ingiustizia e nacque nel peccato. I banchieri posseggono il mondo. Se glielo toglierete via lasciando loro il potere di creare denaro, con un colpo di penna creeranno abbastanza depositi per ricomprarselo. Toglieteglielo via in qualunque modo e tutti i grandi patrimoni come il mio scompariranno, ed è necessario che scompaiano affinché questo diventi un mondo migliore in cui vivere. Ma se preferite restare schiavi dei banchieri e pagare voi stessi il costo della vostra stessa schiavitù, lasciate che continuino a creare denaro." (Sir Josiah Stamp, Direttore della Banca d'Inghilterra negli anni venti).

Cosa accade quando un cliente chiede un ‘mutuo’ di 200.000 Euro  per comperarsi casa?

La banca prende un bene del cliente come garanzia ipotecaria (oppure riceve un pegno o una fideiussione), e apre un doppio conto: da una parte scrive le somme che mette a disposizione del cliente, dall’altra quelle che gli addebita. Sulla prima colonna scriverà “200.000”, e sull’altra colonna scriverà “200.000”, più gli interessi e le spese. In questo modo la banca ha creato 200.000 Euro dal nulla con un’operazione contabile, aumentando il proprio patrimonio di € 200.000 più gli interessi e le commissioni a costo zero e senza rischio, perché è garantita dal bene ipotecato o collateralizzato. Il denaro così creato non è denaro contante, vero, ma “falso denaro” scritturale, dotato di potere di acquisto. Anche il denaro scritturale è accettato in pagamento, quindi vale come il contante: il cliente potrà usarlo, in questo caso, per pagare il prezzo di un appartamento, facendo eseguire un bonifico dal proprio conto corrente a quello del venditore. Oppure può ottenere dalla banca l’emissione di assegni, che userà per pagare il venditore.

l’art. 1813 del Codice Civile stabilisce che:

“Il mutuo è il contratto col quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità”.

La banca quanto eroga un ‘mutuo’ crea invece  “falso denaro” scritturale, non coperto da denaro contante, e cede questo al cliente. Ma il denaro scritturale è solo una promessa di denaro reale, NON denaro reale. Quindi, questi ‘mutui’, questi ‘sconti’, queste ‘anticipazioni’ sono tutti NULLI, e gli interessi che si pagano su di essi sono interessi NON DOVUTI. Non avendo ricevuto denaro, ma solo un’apertura di credito, non si dovrebbe pagare interesse né rimborsare il capitale.

Tutto questo è una TRUFFA ovviamente.

Almeno ora lo sapete che vi stanno fregando.

E allora le Istituzioni e la Giustizia a cosa servono?

Semplice, sono un paravento per il banchetto degli strozzini.

E' nelle stanza ovattate dei salotti bancari che si decidono le sofferenze della gente.

Sopra la Banca lo Stato campa, sotto la Banca lo Stato crepa.

Intanto tutti fanno finta di niente. Le Toghe sono disposte a farci affondare purché sia salva una inutile questione di principio. La Chiesa non parla più di eroismo cristiano, di dottrina o di morale e risolve tutto in discorsi alla "volemose bene" .

«Chiunque ami la verità odia l’errore,e questo orrore dell’errore è la pietra di paragone con cui si riconosce l’amore per la verità. Se non ami la verità, potrai dire che l’ami e farlo anche credere; ma si può star certi che, in questo caso, mostrerai mancanza di orrore per ciò che è falso, e da ciò si riconoscerà che non ami la verità» (Ernest Hello).


Anonimo Pontino


I LIBRI DI ANONIMO PONTINO :


mercoledì 22 marzo 2017

REPUBBLICA VENETA



REPUBBLICA VENETA

CELEBRAZIONE DEL 12 MAGGIO NON COME "CADUTA" MA COME TRADIMENTO EUROPEO DELLA REPUBBLICA VENETA.

CERIMONIA IN PALAZZO DUCALE

Il 12 maggio 1797, il Maggior Consiglio, sotto tradimento e occupazione francese, abdicava in favore di un Governo Veneto rappresentativo.

Nella mozione votata dal Maggior Consiglio di allora, la sovanità sarebbe restata veneziana, sarebbe cambiato solo l'assetto di Governo.

Il 12 maggio lo vogliamo ricordare dunque non come "caduta di Venezia" ma come tradimento e aggressione allo Stato Veneto da parte del Governo francese e asburgico.

A 220 anni dall'invasione "europea" della Serenissima, giustizia non è ancora stata fatta!

Quest'anno ricorderemo il 12 maggio, alle ore 15, nella sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale (ora in mano italiana) con l'intervento di numerosi storici veneti, italiani ed europei.

Il 12 maggio in Palazzo Ducale chiederemo giustizia per i Popoli della Serenissima e rispetto della Sovranità della Repubblica Veneta. Le occupazioni dei territori veneti devono cessare, l'Europa deve riconoscere la Repubblica Veneta.

Oggi la Repubblica Veneta ha guarito al proprio interno la ferita del 1797 ricostituendo il Maggior Consiglio ed eleggendo il 121° Doge, espressione della presenza internazionale della Serenissima.

Il Governo Veneto farà liberare la Sala del Maggior Consiglio il 12 maggio 2017, dalle ore 14 alle ore 18, per effettuarvi le commemorazioni ufficiali.


Venezia 21.marzo 2017

Albert Gardin – 121° Doge 
gardinalbert@gmail.com  – info 338 8167955



LIBRI SULLE VENEZIE IN LOTTA E SULLA REPRESSIONE DI STATO :


martedì 14 marzo 2017

BANKSTERS / IL PIACERE DI ROVINARE IL PROSSIMO



Milton Friedman, il padre  del liberismo totale, scrisse nel 1970: “Massimizzare il valore per gli azionisti è la sola responsabilità di un’azienda”.

Questo concetto viene inculcato nella testa di tutti i rampanti sgomitatori che rincorrono il miraggio della carriera. Questo idolo del capitalismo moderno crea i sui schiavi, disposti a sacrificare sull’altare del profitto aziendale qualsiasi cosa. Non a caso Gesù Cristo disse che “non è possibile servire due padroni: Dio e Mammona”, a significare che quando il denaro (in aramaico mammona) prende il posto di Dio Creatore si inverte tutto l’ordine naturale delle cose.

Il fariseismo, il calvinismo e il liberismo tendono a fare delle ricchezze una benedizione divina se non addirittura una ‘divinità’, segno di predilezione del Cielo, scambiando la ricchezza per il Bene infinito, Mammona al posto di Dio.

L’Etica Protestante è funzionale al sistema capitalistico. Molti non sanno che lo sterminio di centinaia di migliaia di contadini negli anni dal 1524 al 1526 si deve proprio a Lutero:

“Per me penso che non vi sia più nessun demonio giù nell’inferno, ma che tutti siano passati nei contadini….. Chiunque lo può deve colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto, ponendo mente che nulla può esistere di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso…. Così strani e stupefacenti sono i tempi, che un principe spargendo sangue può guadagnarsi il Cielo meglio che altri pregando …” (M. Lutero)

Il modello che ci hanno detto essere contrapposto al capitalismo è il comunismo. Così ce l’hanno raccontata. In realtà anche la contrapposizione tra i due modelli è un falso mito. Il comunismo ha realizzato di fatto un “capitalismo di stato” dove al posto della multinazionale del capitalismo privato c’era il partito comunista. Cambia la forma ma la sostanza è la stessa: un gruppo di persone che controllano le tutte le risorse ed i profitti nel loro esclusivo interesse.

Ritorniamo ora alle aziende di oggi. Il professor Joel  Bakan, docente di diritto all’università della Colombia Britannica (Canada) ha  contribuito ad uno studio dal titolo  “Do Psychopats run the World?”,  gli psicopatici comandano il mondo?



Il conformarsi alla legge del profitto aziendale ha prodotto una classe dirigente che obbedisce ad un’etica economicistica, dove si spaccia il sacrificio economico sotto parvenza di sacrificio etico. Chi ha interesse a pianificare un’etica economicistica è chi appunto gode del sacrificio economico, cioè gli azionisti di maggioranza di banche e multinazionali ed i loro obbedienti tirapiedi in giacca e cravatta, cioè i dirigenti.

L’etica cristiana viene soppressa, non è più “utile ciò che è giusto”, ma diventa “giusto ciò che è utile”.

Un’azienda  programmata per sfruttare il lavoratore ottenendo il massimo profitto, è un’azienda in cui anche le persone buone sono forzate a comportarsi male, è un’azienda che produce psicopatici. E'  difficile “rispettare” il prossimo  quando  la  realtà delle  cose  ci  dice  che altrimenti si rischia non conquistare le gratificazioni che il mondo del lavoro ci sbatte in faccia come meta da raggiungere.

“Non esistono mestieri bassi, esistono solo uomini bassi. Come nel corpo umano vi sono i piedi, le gambe, il cuore e la testa, così è nel corpo sociale. E come i piedi non possono fare a meno della testa, così la testa non può disprezzare i piedi, perché sono “bassi” (Apologo di Menenio Agrippa).

In molte aziende queste persone sono considerati come aventi capacità di leadership, a dispetto del  rendimento cattivo e delle  note sfavorevoli dei subordinati. Anche se sono pessimi gestori e con poco spirito di gruppo, hanno però la comunicazione, la persuasione e abilità nelle relazioni interpersonali. Sono disposti a sacrificare le persone sotto di loro senza esitazione, ed a conformarsi a qualsiasi direttiva venga dall’alto.

Sono l’antitesi delle virtù cristiane, quelle virtù che ci dicono di conformarci invece alle leggi di Dio ed alle leggi naturali. Opprimere i lavoratori è uno dei peccati che grida vendetta al cospetto di Dio. L’altro è defraudare i lavoratori della loro giusta mercede; che accade con la tassazione quando i governi su 10 ore di lavoro ce ne tolgono almeno 7 per non darci niente in cambio; accade con i megastipendi dati ai dirigenti, che fanno lievitare i costi indiretti di tutti i lavoratori sui quali ricadono i tagli.

Gli psichiatri sostengono che lo psicopatico ha “una infallibile capacità di cercare e privilegiare le relazioni con i più alti in autorità, e mostra  una formidabile abilità a influenzarle” (Dennis  Doren, Understanding and Treating the Psychopath, Wile, 1987) .


Questa mentalità malata la ritroviamo anche nelle parole di Padoa  Schioppa “Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali […]  delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola..,  dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità“.

Per non parlare della perversione che si raggiunge nei vertici dell’attività bancaria: “Con una combinazione di tasse elevate e competizione sleale porteremo alla rovina economica i Goyim nei loro interessi economici e finanziari e nei loro investimenti. Gli aumenti salariali dei lavoratori non devono beneficiarli in alcun modo…. 

Si dovrà provocare la depressione industriale e il panico finanziario: la disoccupazione forzata e la fame, imposta alle masse, col potere che noi abbiamo di creare scarsità di cibo, creerà il diritto del Capitale di regnare in modo più sicuro…”  ( Barone Rotschild ). 



Anonimo Pontino





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venerdì 3 marzo 2017

MAFIA E ALLEATI




La vera storia dello sbarco in Sicilia .

Sulla spiaggia di Trappeto (Trapani), fino a pochi giorni fa, sorgeva “la Cupola”, un piccolo bunker costiero semidiroccato, costruito nei primi anni ’40, al quale la popolazione locale era molto affezionata. Faceva ormai parte del paesaggio, ma il tetto si era inclinato e, invece di procedere a un possibile restauro, le autorità hanno deciso di mandare uno scavatore per rimuoverlo. La notizia, divulgata dal giornale locale Il Vespro, ha suscitato ovunque indignazione e dispiacere, per “l’ennesimo intervento che distrugge pezzi della nostra storia, cancella i ricordi, le immagini, i momenti”. 

 Il recente episodio evoca in modo simbolico un’altra drastica rimozione, quella della vera storia dello sbarco angloamericano in Sicilia, di solito tramandato dalla storiografia tradizionale come una sorta di “passeggiata”, avvenuta tra festose distribuzioni di chewing gum e cioccolato da parte dei soldati alleati. 

Le cose andarono molto diversamente.

 Ad esempio, è stato rimosso quasi del tutto il sacrificio della divisione “Livorno” che, insieme alla “Napoli” si fece massacrare mettendo forse a rischio l’intero sbarco alleato. In secundis, solo da qualche anno, si comincia a parlare delle collusioni tra Forze armate Usa e la mafia italoamericana di Lucky Luciano; il recente film di Pif “In guerra per amore” per quanto sotto le vesti di una commedia romantica, ha avuto il merito di portare finalmente al grande pubblico, in una veste “accettabile”, questo scottante tema. Se pressoché nulla si è divulgato del ruolo preciso che la mafia ebbe nel sabotare quasi un terzo del sistema difensivo italiano, ancor meno è filtrato, alla coscienza collettiva, sulle stragi dimenticate e impunite compiute dai militari americani su civili e prigionieri italiani. Cercheremo di sintetizzare il tutto con i dati provenienti dalla più qualificata e aggiornata letteratura storica dedicata al tema.


L’annichilimento della mafia e l’assalto al latifondo siciliano. 

Poco si può comprendere dello sbarco in Sicilia senza fare riferimento a un antefatto.

Nel 1924, il prefetto di Trapani Cesare Mori (cui l’appena scomparso regista Pasquale Squitieri dedicò un famoso film) del ruolo di sradicare la mafia dalla Sicilia. Mori attuò una durissima repressione del fenomeno mafioso, ricorrendo, spesso, a metodi brutali: furono incardinati diecimila processi, con innumerevoli condanne, mentre molti pericolosi boss furono mandati al confino o costretti a emigrare negli States. Tuttavia, come scrive lo storico palermitano Giuseppe Carlo Marino in “Storia della mafia”, Mori seppe anche mobilitare largamente l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, nell’impegno contro Cosa nostra facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio. Attraverso il “bastone e la carota”, ridusse ciò che restava della mafia-delinquenza a una condizione “dormiente” e inattiva, ma fu costretto a fermarsi di fronte al baronato, il ceto dei grandi latifondisti che utilizzava la manovalanza mafiosa per il controllo delle proprietà agricole. Se male avevano sopportato l’opera del “Prefetto di ferro”, i baroni reagirono malissimo all’assalto al latifondo con l’istituzione, nel 1940, dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Questo organismo li costringeva, infatti, ad apportare migliorie produttive (con i contributi dello Stato) pena l’esproprio delle loro campagne. Così, i grandi proprietari terrieri fondarono un comitato d’azione separatista capeggiato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal “mafioso tout court” don Calogero Vizzini, tornato a Villalba dopo sei anni di confino. Nel ’42, il comitato prenderà il nome di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis), e avrà la sua grande occasione con lo sbarco alleato del ’43, salutando gioiosamente gli angloamericani al loro arrivo e “sollecitando” il popolino a fare altrettanto nelle strade e nelle piazze. 


I servizi segreti Usa si avvalgono di Lucky Luciano. 



Nel frattempo, come scrive Massimo Lucioli in “Mafia & Allies”, negli Stati Uniti si creava il legame tra US Navy e mafia italoamericana. Fin dallo scoppio della guerra, nel ’39, gli Usa, per quanto ancora formalmente neutrali, cominciarono a rifornire gratuitamente tutti i nemici dell’Asse. Il porto di New York assumeva, quindi, importanza strategica e si temevano sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane. Fu per scovare e colpire queste ultime, ben nascoste nella numerosa comunità italoamericana newyorkese, che uno dei massimi responsabili dell’intelligence, addetto alla sicurezza portuale, il maggiore Radcliffe Haffenden, decise di prendere i primi contatti con il gangster Lucky Luciano. Il boss, infatti, nonostante stesse scontando in carcere una condanna a cinquant’anni per sfruttamento della prostituzione, continuava a controllare le attività illecite del porto tramite il suo affiliato Joe Lanza. 

La collaborazione con la mafia partì in grande stile: la valanga di informazioni fornite ai servizi segreti Usa da Lucky Luciano consentì agli americani non solo di smantellare la rete spionistica italiana nel porto di New York, ma anche di garantirvi una forzosa pace sindacale per non turbare l’invio di materiale bellico in Europa. I contatti di Haffenden con Luciano sono confermati dai microfilm pubblicati per un breve periodo sul sito del Freedom information act (Foia) che riporta i resoconti delle indagini della stessa Fbi su Haffenden. 

Del resto, anche l’avvocato di Lucky Luciano, Moses Poliakoff, ammise tranquillamente: “Nel 1942, il procuratore distrettuale della contea di New York, per conto del Controspionaggio della US Navy intendeva chiedere a Luciano una “certa assistenza”. Mi chiesero se ero disposto a fare da intermediario”. 


Le foto che svelano i mafiosi “embedded” nelle forze armate Usa  .



Un altro servigio reso da Lucky Luciano fu quello di segnalare agli americani i mafiosi residenti in Sicilia che avrebbero certamente cooperato al momento dello sbarco in Sicilia (operazione Husky). L’Office of Strategic Services (Oss) il servizio segreto statunitense, si preoccupò anche di selezionare militari di origine siculo-americana e di creare una rete di contatti con tutti coloro che, nella Trinacria, fossero ostili al regime, non ultimi gli influenti membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.

Il principale interlocutore di Lucky Luciano nell’isola fu, appunto, don Calogero Vizzini, il quale aderì al progetto, unendo insieme le forze dei latifondisti affiliati al Mis - e dei mafiosi - a quelle dei servizi segreti americani. “Ufficiale di collegamento” fra Vizzini e Luciano era il criminale Vito Genovese che, dall’America, era ritornato in Italia già nel 1938. Lo ritroviamo in una fotografia mentre posa, in divisa americana, accanto al bandito Salvatore Giuliano, mentre, in un’altra foto, si riconosce il mafioso italo-americano Albert Anastasia, sempre in uniforme, inquadrato in un reparto di fanteria il cui gagliardetto consisteva in una grande “L” gialla (da “Luciano”) in campo nero. Lo stesso vessillo è, incredibilmente, apparso attaccato su un’auto in una foto del 2010 - del tutto inedita - scattata da Massimo Lucioli, insieme a due altri testimoni, nel paese di Cassibile (SR) durante la celebrazione dell’armistizio siglato con gli Alleati nel ‘43. La vettura sconosciuta è passata di fronte alle autorità statunitensi mentre la banda U.S. Navy suonava l’inno a stelle e strisce. La vicenda dell’emblema con la “L”, per quanto già nota a livello locale, non è mai stata presa sul serio a livello della storiografia nazionale. La foto che pubblichiamo fuga ogni dubbio: c’erano anche “loro” e, ancor oggi, qualcuno tiene a ricordarlo agli americani.


Come la mafia sabotò due divisioni del Regio esercito



Uno dei più efficaci provvedimenti mafiosi fu quello di minacciare pesantemente i militari siciliani di stanza nella loro regione. Venne “caldamente consigliata” la diserzione e il sabotaggio per evitare conseguenze spiacevoli per loro e le loro famiglie. Ecco perché due delle quattro divisioni mobili italiane di stanza in Sicilia si sfaldarono, in buona parte, all’arrivo degli angloamericani. Michele Pantaleone scrive in “Mafia e droga” che il 70% dei soldati delle divisioni “Assietta” e “Aosta” - quota corrispondente, appunto, a quella dei militari siciliani - il 21 luglio 1943, a sbarco avvenuto, “scomparve senza lasciare traccia pregiudicando, così, l’intero apparato difensivo siciliano”. Questo si era verificato poiché, come spiega Giuseppe Carlo Marino “il boss mafioso Genco Russo e i suoi sgherri avevano fatto intendere che c’erano parecchi malintenzionati che li avrebbero fatti fuori prima dell’arrivo degli anglo-americani”. 

I soldati siciliani della “Assietta” e della “Aosta” provenivano dai ceti agrari e, come contadini, erano da sempre vessati dalle pressioni dei capi mafia e sottoposti ai loro ordini. Non a caso, una simile diserzione di massa non avvenne nella divisione “Livorno”, poiché in essa i siciliani erano pochissimi, appena il 9%. A ulteriore conferma, va considerato che i soldati siciliani costituenti il 60% della divisione “Napoli” fecero, invece, il loro dovere fino in fondo – ed eroicamente - perché si trovavano nella Sicilia orientale, quindi al di fuori della sfera di influenza dei mafiosi collaborazionisti (attivi, piuttosto, nell’entroterra). Questo dimostra che i militari siciliani non erano affatto meno “costituzionalmente combattivi” degli altri soldati italiani. A riprova di ciò, come appurato dal convegno svoltosi lo scorso anno a Napoli, voluto dal presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, i siciliani furono, insieme ai campani, i più numerosi italiani partecipanti alla Resistenza e, nel nord Italia, dimostrarono grande spirito combattivo. 

Il guiderdone della mafia sarà, dopo lo sbarco alleato, la piena infiltrazione nel tessuto politico-amministrativo di gran parte dei comuni isolani, supportata dall’Allied Military Government of Occupied Territories (Amgot). Dopo aver lucrato con il mercato nero durante il conflitto, Cosa nostra comincerà a prosperare, nel dopoguerra, soprattutto con il traffico di stupefacenti. 


L’eroismo dimenticato della “Livorno“ e della “Napoli”  .

Al momento dello sbarco, il 10 luglio 1943, la divisione motorizzata “Livorno”, per ordine del comandante della 6° armata, il valido generale Alfredo Guzzoni (poi processato dalla Rsi, ma assolto) fu prontamente mandata all’attacco della testa di ponte americana, sulle spiagge di Gela. Era da sola: come riferisce il suo comandante, gen. Domenico Chirieleison, l’appoggio della divisione corazzata tedesca “Hermann Goering” giunse, infatti, diverse ore dopo. Il comandante americano George Patton sottovalutò, inizialmente, la Livorno (convinto che le sue truppe avrebbero facilmente respinto quei “vigliacchi italiani”, come ebbe a definirli) ma, in capo a poche ore, l’impeto di quei soldati, pure, male armati, quasi privi di armi automatiche, senza copertura d’artiglieria e con pochi, obsoleti carri armati, riuscì a far arretrare gli statunitensi fino all’abitato di Gela e a travolgere le loro linee difensive. Furono momenti molto difficili per gli americani anche perché da Malta gli aerei inglesi non erano potuti decollare, in appoggio, a causa della nebbia.


Patton ordina il reimbarco? 

A quanto riferisce il generale Alberto Santoni in una pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Patton fu colto dal timore e diramò ai suoi persino l’ordine di prepararsi a un possibile reimbarco. Per quanto la circostanza fu poi negata dall’interessato e dal Pentagono, il testo del radiomessaggio, intercettato dal comando italiano di Enna, “dovrebbe trovarsi - scrive Santoni - ancora negli archivi dell’Esercito”. 

Dietro nostra richiesta, l’Ufficio storico dell’Esercito non ha ritrovato il documento citato, ma ha prodotto una importante nota del Comando della XVIII Brigata Costiera che riporta, alle ore 15.00: “E’ stato notato che i natanti (Usa) vanno e vengono dalla spiaggia di Gela, si ha l’impressione che il nemico riprenda rimbarco”. Come sottolineato dallo stesso Ufficio storico, però, il generale Emilio Faldella scrive, invece, di una intercettazione contemporanea relativa a una semplice richiesta di rinforzi da parte di Patton. L’episodio sembra, però, ancora riconfermato, nelle sue memorie, dal tenente della “Livorno” Aldo Sampietro che ricordava l’istante di speranza in cui vide “carri armati americani ripiegare verso la spiaggia per reimbarcarsi”. Anche Raffaele Cristani, un altro ufficiale reduce, riporta: “Fino a quel momento gli americani si erano sempre ritirati di fronte ai nostri battaglioni, tanto che ci fu un momento in cui sembrò che stessero per ritirarsi”. 

Se è vero, come riportano varie fonti, che la Livorno stava per costringere gli americani alla ritirata nel settore di Gela, questo avrebbe potuto compromettere l’intera invasione. (Quanto alla terminologia, va osservato che gli stessi angloamericani si consideravano degli “invasori” come si legge nella Soldier’s Guide of Sicily, distribuita alle loro truppe).




L’uragano di fuoco navale  .

Le truppe da sbarco di Patton erano in crisi, così le navi angloamericane ricevettero l’ordine di intervenire per salvare la situazione. Contro gli italo-tedeschi si scatenò, allora, un inferno di fuoco navale prodotto dai cannoni da 340 mm che “aravano” letteralmente sezioni di terreno procedendo di 100 metri alla volta, disintegrando qualsiasi forma di vita vi si fosse trovata. Poi si aggiunsero le bombe degli aerei inglesi, che erano finalmente riusciti a partire da Malta. I difensori dovettero ritirarsi. In un caso, un reparto italiano fu costretto ad arrendersi perché gli americani utilizzavano prigionieri di guerra come scudi umani. Nella “Relazione cronologica degli avvenimenti” del XVIII Comando Brigata Costiera, infatti, il generale Orazio Mariscalco annotò: “Il col. Altini comunica che la 49a btr. si è arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri…”.

Fu una carneficina per i giovani della “Livorno”, come ricorda Pierluigi Villari ne “L’onore dimenticato”: resisteranno ad oltranza per 24 ore tra i ruderi di Castelluccio di Gela. Un soldato così annotava nel suo diario: “Eravamo stretti uno all’altro, immersi nella polvere; era un martellare implacabile di una quarantina di cannoni navali, di pezzi di artiglieria campale, i colpi ci piovevano vicinissimo tutt’attorno mentre schegge, pallottole, sassi fischiavano sulla nostra testa”.

In totale, la “divisione fantasma”, come recita il titolo di un saggio di Camillo Nanni, lasciò sul campo, tra morti, feriti e dispersi, 7.200 uomini dei suoi 11.400 effettivi. 

Anche nel settore inglese, più ad est, la divisione di fanteria “Napoli” insieme al Kampfgruppe “Schmalz”, combatté strenuamente fino all’annientamento. I pochi elementi superstiti si sacrificarono per permettere agli alleati tedeschi di ritirarsi sul fiume Simeto. 

 Alle due divisioni “Livorno” e “Napoli” che, pure, avevano giurato fedeltà al Re e non al Duce, sono stati negati per decenni, in nome della politica, la memoria e l’onore che spettavano loro per aver difeso, fino all’estremo sacrificio, il proprio paese.  

 Furono ben 630, infatti, le medaglie al valore – per gran parte postume – concesse ai militari del solo Regio esercito (escludendo Marina e Aeronautica) che difendevano la Sicilia. Di essi si ricordano il caporal maggiore Cesare Pellegrini, che impegnato in furiosi corpo a corpo, fu alla fine pugnalato nel fortino di Porta Marina; il sottotenente carrista Angelo Navari che col suo carro armato riuscì a impegnare una intera compagnia di soldati americani; il colonnello Mario Mona che resistette a oltranza di fronte alla spropositata preponderanza nemica per poi scomparire nella mischia; il sottotenente Luigi Scapuzzi che si sacrificò a Leonforte per permettere ai suoi colleghi e ai suoi uomini di poter ripiegare.


La stragi sconosciute dei prigionieri italiani .

Ai soldati che caddero prigionieri, non sempre capitò una sorte migliore dei loro commilitoni caduti.

Sono, purtroppo, diverse le stragi compiute dagli americani ai danni di militari italiani arresi e civili inermi. A questi eccessi contribuì in modo determinante lo spirito particolarmente aggressivo infuso da Patton ai suoi uomini. Riportiamo uno dei suoi discorsi agli ufficiali precedenti lo sbarco: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! » Molti subalterni lo presero alla lettera, come dimostra, ad esempio, il Massacro di Biscari che vide 76 prigionieri italiani e 12 civili cadere sotto le mitragliate del capitano John Compton e del sergente Horace West. Come riferisce Andrea Augello in “Uccidi gli italiani”, Compton si giustificò dichiarando che credeva di aver ben interpretato le parole del generale Patton. Anche gli otto carabinieri di Gela che si erano arresi dopo una breve resistenza fiaccata dal tiro navale, come ha rivelato il saggista Fabrizio Carloni, furono passati per le armi senza motivo. E ancora, le stragi e gli ammazzamenti di Piano Stella, di Comiso, di Castiglione, di Vittoria, di Canicattì, di Paceco, di Butera, di Santo Stefano di Camastra e vari altri paesi sono stati indagati dai testi di Giovanni Bartolone (“Le altre stragi”), Franco Nicastro (“Le stragi americane”) e Gianfranco Ciriacono (“Le stragi dimenticate”). Quasi tutti i responsabili, nei casi in cui furono sottoposti a corte marziale, furono assolti o condannati a pene irrisorie. Pubblichiamo la sentenza di assoluzione del capitano Compton, solo per breve tempo desecretata dagli archivi americani. Justin Harris, in una tesi di laurea dell’Università di San Marcos, in Texas, spiega che la sentenza fu “not guilty” – non colpevole, perché la commissione che giudicò Compton apparteneva alla sua stessa divisione, la 45esima. Harris ha anche pubblicato i nomi di tutti i militari che facevano parte del gruppo di fuoco. 

 A Troina (EN), poi, cominciarono gli stupri, le uccisioni e le razzie del reparto Tabor, composto da 832 militari marocchini sbarcati al seguito della 3° divisione americana, che si protrarranno per quattro mesi fino alla Toscana segnando le vite di 60.000 italiani. Il dato si riferisce alle denunce raccolte dall’Istituto nazionale per le vittime di guerra, ma è sottostimato considerando che denunciare uno stupro, all’epoca, richiedeva molto coraggio. Notizie sulle cosiddette “marocchinate”, sono riportate da Bruno Spampanato in “Contromemoriale”. 




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