mercoledì 22 marzo 2017

REPUBBLICA VENETA



REPUBBLICA VENETA

CELEBRAZIONE DEL 12 MAGGIO NON COME "CADUTA" MA COME TRADIMENTO EUROPEO DELLA REPUBBLICA VENETA.

CERIMONIA IN PALAZZO DUCALE

Il 12 maggio 1797, il Maggior Consiglio, sotto tradimento e occupazione francese, abdicava in favore di un Governo Veneto rappresentativo.

Nella mozione votata dal Maggior Consiglio di allora, la sovanità sarebbe restata veneziana, sarebbe cambiato solo l'assetto di Governo.

Il 12 maggio lo vogliamo ricordare dunque non come "caduta di Venezia" ma come tradimento e aggressione allo Stato Veneto da parte del Governo francese e asburgico.

A 220 anni dall'invasione "europea" della Serenissima, giustizia non è ancora stata fatta!

Quest'anno ricorderemo il 12 maggio, alle ore 15, nella sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale (ora in mano italiana) con l'intervento di numerosi storici veneti, italiani ed europei.

Il 12 maggio in Palazzo Ducale chiederemo giustizia per i Popoli della Serenissima e rispetto della Sovranità della Repubblica Veneta. Le occupazioni dei territori veneti devono cessare, l'Europa deve riconoscere la Repubblica Veneta.

Oggi la Repubblica Veneta ha guarito al proprio interno la ferita del 1797 ricostituendo il Maggior Consiglio ed eleggendo il 121° Doge, espressione della presenza internazionale della Serenissima.

Il Governo Veneto farà liberare la Sala del Maggior Consiglio il 12 maggio 2017, dalle ore 14 alle ore 18, per effettuarvi le commemorazioni ufficiali.


Venezia 21.marzo 2017

Albert Gardin – 121° Doge 
gardinalbert@gmail.com  – info 338 8167955



LIBRI SULLE VENEZIE IN LOTTA E SULLA REPRESSIONE DI STATO :


martedì 14 marzo 2017

BANKSTERS / IL PIACERE DI ROVINARE IL PROSSIMO



Milton Friedman, il padre  del liberismo totale, scrisse nel 1970: “Massimizzare il valore per gli azionisti è la sola responsabilità di un’azienda”.

Questo concetto viene inculcato nella testa di tutti i rampanti sgomitatori che rincorrono il miraggio della carriera. Questo idolo del capitalismo moderno crea i sui schiavi, disposti a sacrificare sull’altare del profitto aziendale qualsiasi cosa. Non a caso Gesù Cristo disse che “non è possibile servire due padroni: Dio e Mammona”, a significare che quando il denaro (in aramaico mammona) prende il posto di Dio Creatore si inverte tutto l’ordine naturale delle cose.

Il fariseismo, il calvinismo e il liberismo tendono a fare delle ricchezze una benedizione divina se non addirittura una ‘divinità’, segno di predilezione del Cielo, scambiando la ricchezza per il Bene infinito, Mammona al posto di Dio.

L’Etica Protestante è funzionale al sistema capitalistico. Molti non sanno che lo sterminio di centinaia di migliaia di contadini negli anni dal 1524 al 1526 si deve proprio a Lutero:

“Per me penso che non vi sia più nessun demonio giù nell’inferno, ma che tutti siano passati nei contadini….. Chiunque lo può deve colpire, scannare, massacrare in pubblico o in segreto, ponendo mente che nulla può esistere di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso…. Così strani e stupefacenti sono i tempi, che un principe spargendo sangue può guadagnarsi il Cielo meglio che altri pregando …” (M. Lutero)

Il modello che ci hanno detto essere contrapposto al capitalismo è il comunismo. Così ce l’hanno raccontata. In realtà anche la contrapposizione tra i due modelli è un falso mito. Il comunismo ha realizzato di fatto un “capitalismo di stato” dove al posto della multinazionale del capitalismo privato c’era il partito comunista. Cambia la forma ma la sostanza è la stessa: un gruppo di persone che controllano le tutte le risorse ed i profitti nel loro esclusivo interesse.

Ritorniamo ora alle aziende di oggi. Il professor Joel  Bakan, docente di diritto all’università della Colombia Britannica (Canada) ha  contribuito ad uno studio dal titolo  “Do Psychopats run the World?”,  gli psicopatici comandano il mondo?



Il conformarsi alla legge del profitto aziendale ha prodotto una classe dirigente che obbedisce ad un’etica economicistica, dove si spaccia il sacrificio economico sotto parvenza di sacrificio etico. Chi ha interesse a pianificare un’etica economicistica è chi appunto gode del sacrificio economico, cioè gli azionisti di maggioranza di banche e multinazionali ed i loro obbedienti tirapiedi in giacca e cravatta, cioè i dirigenti.

L’etica cristiana viene soppressa, non è più “utile ciò che è giusto”, ma diventa “giusto ciò che è utile”.

Un’azienda  programmata per sfruttare il lavoratore ottenendo il massimo profitto, è un’azienda in cui anche le persone buone sono forzate a comportarsi male, è un’azienda che produce psicopatici. E'  difficile “rispettare” il prossimo  quando  la  realtà delle  cose  ci  dice  che altrimenti si rischia non conquistare le gratificazioni che il mondo del lavoro ci sbatte in faccia come meta da raggiungere.

“Non esistono mestieri bassi, esistono solo uomini bassi. Come nel corpo umano vi sono i piedi, le gambe, il cuore e la testa, così è nel corpo sociale. E come i piedi non possono fare a meno della testa, così la testa non può disprezzare i piedi, perché sono “bassi” (Apologo di Menenio Agrippa).

In molte aziende queste persone sono considerati come aventi capacità di leadership, a dispetto del  rendimento cattivo e delle  note sfavorevoli dei subordinati. Anche se sono pessimi gestori e con poco spirito di gruppo, hanno però la comunicazione, la persuasione e abilità nelle relazioni interpersonali. Sono disposti a sacrificare le persone sotto di loro senza esitazione, ed a conformarsi a qualsiasi direttiva venga dall’alto.

Sono l’antitesi delle virtù cristiane, quelle virtù che ci dicono di conformarci invece alle leggi di Dio ed alle leggi naturali. Opprimere i lavoratori è uno dei peccati che grida vendetta al cospetto di Dio. L’altro è defraudare i lavoratori della loro giusta mercede; che accade con la tassazione quando i governi su 10 ore di lavoro ce ne tolgono almeno 7 per non darci niente in cambio; accade con i megastipendi dati ai dirigenti, che fanno lievitare i costi indiretti di tutti i lavoratori sui quali ricadono i tagli.

Gli psichiatri sostengono che lo psicopatico ha “una infallibile capacità di cercare e privilegiare le relazioni con i più alti in autorità, e mostra  una formidabile abilità a influenzarle” (Dennis  Doren, Understanding and Treating the Psychopath, Wile, 1987) .


Questa mentalità malata la ritroviamo anche nelle parole di Padoa  Schioppa “Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali […]  delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola..,  dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità“.

Per non parlare della perversione che si raggiunge nei vertici dell’attività bancaria: “Con una combinazione di tasse elevate e competizione sleale porteremo alla rovina economica i Goyim nei loro interessi economici e finanziari e nei loro investimenti. Gli aumenti salariali dei lavoratori non devono beneficiarli in alcun modo…. 

Si dovrà provocare la depressione industriale e il panico finanziario: la disoccupazione forzata e la fame, imposta alle masse, col potere che noi abbiamo di creare scarsità di cibo, creerà il diritto del Capitale di regnare in modo più sicuro…”  ( Barone Rotschild ). 



Anonimo Pontino





LEGGI I LIBRI DI ANONIMO PONTINO :



venerdì 3 marzo 2017

MAFIA E ALLEATI




La vera storia dello sbarco in Sicilia .

Sulla spiaggia di Trappeto (Trapani), fino a pochi giorni fa, sorgeva “la Cupola”, un piccolo bunker costiero semidiroccato, costruito nei primi anni ’40, al quale la popolazione locale era molto affezionata. Faceva ormai parte del paesaggio, ma il tetto si era inclinato e, invece di procedere a un possibile restauro, le autorità hanno deciso di mandare uno scavatore per rimuoverlo. La notizia, divulgata dal giornale locale Il Vespro, ha suscitato ovunque indignazione e dispiacere, per “l’ennesimo intervento che distrugge pezzi della nostra storia, cancella i ricordi, le immagini, i momenti”. 

 Il recente episodio evoca in modo simbolico un’altra drastica rimozione, quella della vera storia dello sbarco angloamericano in Sicilia, di solito tramandato dalla storiografia tradizionale come una sorta di “passeggiata”, avvenuta tra festose distribuzioni di chewing gum e cioccolato da parte dei soldati alleati. 

Le cose andarono molto diversamente.

 Ad esempio, è stato rimosso quasi del tutto il sacrificio della divisione “Livorno” che, insieme alla “Napoli” si fece massacrare mettendo forse a rischio l’intero sbarco alleato. In secundis, solo da qualche anno, si comincia a parlare delle collusioni tra Forze armate Usa e la mafia italoamericana di Lucky Luciano; il recente film di Pif “In guerra per amore” per quanto sotto le vesti di una commedia romantica, ha avuto il merito di portare finalmente al grande pubblico, in una veste “accettabile”, questo scottante tema. Se pressoché nulla si è divulgato del ruolo preciso che la mafia ebbe nel sabotare quasi un terzo del sistema difensivo italiano, ancor meno è filtrato, alla coscienza collettiva, sulle stragi dimenticate e impunite compiute dai militari americani su civili e prigionieri italiani. Cercheremo di sintetizzare il tutto con i dati provenienti dalla più qualificata e aggiornata letteratura storica dedicata al tema.


L’annichilimento della mafia e l’assalto al latifondo siciliano. 

Poco si può comprendere dello sbarco in Sicilia senza fare riferimento a un antefatto.

Nel 1924, il prefetto di Trapani Cesare Mori (cui l’appena scomparso regista Pasquale Squitieri dedicò un famoso film) del ruolo di sradicare la mafia dalla Sicilia. Mori attuò una durissima repressione del fenomeno mafioso, ricorrendo, spesso, a metodi brutali: furono incardinati diecimila processi, con innumerevoli condanne, mentre molti pericolosi boss furono mandati al confino o costretti a emigrare negli States. Tuttavia, come scrive lo storico palermitano Giuseppe Carlo Marino in “Storia della mafia”, Mori seppe anche mobilitare largamente l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, nell’impegno contro Cosa nostra facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio. Attraverso il “bastone e la carota”, ridusse ciò che restava della mafia-delinquenza a una condizione “dormiente” e inattiva, ma fu costretto a fermarsi di fronte al baronato, il ceto dei grandi latifondisti che utilizzava la manovalanza mafiosa per il controllo delle proprietà agricole. Se male avevano sopportato l’opera del “Prefetto di ferro”, i baroni reagirono malissimo all’assalto al latifondo con l’istituzione, nel 1940, dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Questo organismo li costringeva, infatti, ad apportare migliorie produttive (con i contributi dello Stato) pena l’esproprio delle loro campagne. Così, i grandi proprietari terrieri fondarono un comitato d’azione separatista capeggiato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal “mafioso tout court” don Calogero Vizzini, tornato a Villalba dopo sei anni di confino. Nel ’42, il comitato prenderà il nome di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis), e avrà la sua grande occasione con lo sbarco alleato del ’43, salutando gioiosamente gli angloamericani al loro arrivo e “sollecitando” il popolino a fare altrettanto nelle strade e nelle piazze. 


I servizi segreti Usa si avvalgono di Lucky Luciano. 



Nel frattempo, come scrive Massimo Lucioli in “Mafia & Allies”, negli Stati Uniti si creava il legame tra US Navy e mafia italoamericana. Fin dallo scoppio della guerra, nel ’39, gli Usa, per quanto ancora formalmente neutrali, cominciarono a rifornire gratuitamente tutti i nemici dell’Asse. Il porto di New York assumeva, quindi, importanza strategica e si temevano sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane. Fu per scovare e colpire queste ultime, ben nascoste nella numerosa comunità italoamericana newyorkese, che uno dei massimi responsabili dell’intelligence, addetto alla sicurezza portuale, il maggiore Radcliffe Haffenden, decise di prendere i primi contatti con il gangster Lucky Luciano. Il boss, infatti, nonostante stesse scontando in carcere una condanna a cinquant’anni per sfruttamento della prostituzione, continuava a controllare le attività illecite del porto tramite il suo affiliato Joe Lanza. 

La collaborazione con la mafia partì in grande stile: la valanga di informazioni fornite ai servizi segreti Usa da Lucky Luciano consentì agli americani non solo di smantellare la rete spionistica italiana nel porto di New York, ma anche di garantirvi una forzosa pace sindacale per non turbare l’invio di materiale bellico in Europa. I contatti di Haffenden con Luciano sono confermati dai microfilm pubblicati per un breve periodo sul sito del Freedom information act (Foia) che riporta i resoconti delle indagini della stessa Fbi su Haffenden. 

Del resto, anche l’avvocato di Lucky Luciano, Moses Poliakoff, ammise tranquillamente: “Nel 1942, il procuratore distrettuale della contea di New York, per conto del Controspionaggio della US Navy intendeva chiedere a Luciano una “certa assistenza”. Mi chiesero se ero disposto a fare da intermediario”. 


Le foto che svelano i mafiosi “embedded” nelle forze armate Usa  .



Un altro servigio reso da Lucky Luciano fu quello di segnalare agli americani i mafiosi residenti in Sicilia che avrebbero certamente cooperato al momento dello sbarco in Sicilia (operazione Husky). L’Office of Strategic Services (Oss) il servizio segreto statunitense, si preoccupò anche di selezionare militari di origine siculo-americana e di creare una rete di contatti con tutti coloro che, nella Trinacria, fossero ostili al regime, non ultimi gli influenti membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.

Il principale interlocutore di Lucky Luciano nell’isola fu, appunto, don Calogero Vizzini, il quale aderì al progetto, unendo insieme le forze dei latifondisti affiliati al Mis - e dei mafiosi - a quelle dei servizi segreti americani. “Ufficiale di collegamento” fra Vizzini e Luciano era il criminale Vito Genovese che, dall’America, era ritornato in Italia già nel 1938. Lo ritroviamo in una fotografia mentre posa, in divisa americana, accanto al bandito Salvatore Giuliano, mentre, in un’altra foto, si riconosce il mafioso italo-americano Albert Anastasia, sempre in uniforme, inquadrato in un reparto di fanteria il cui gagliardetto consisteva in una grande “L” gialla (da “Luciano”) in campo nero. Lo stesso vessillo è, incredibilmente, apparso attaccato su un’auto in una foto del 2010 - del tutto inedita - scattata da Massimo Lucioli, insieme a due altri testimoni, nel paese di Cassibile (SR) durante la celebrazione dell’armistizio siglato con gli Alleati nel ‘43. La vettura sconosciuta è passata di fronte alle autorità statunitensi mentre la banda U.S. Navy suonava l’inno a stelle e strisce. La vicenda dell’emblema con la “L”, per quanto già nota a livello locale, non è mai stata presa sul serio a livello della storiografia nazionale. La foto che pubblichiamo fuga ogni dubbio: c’erano anche “loro” e, ancor oggi, qualcuno tiene a ricordarlo agli americani.


Come la mafia sabotò due divisioni del Regio esercito



Uno dei più efficaci provvedimenti mafiosi fu quello di minacciare pesantemente i militari siciliani di stanza nella loro regione. Venne “caldamente consigliata” la diserzione e il sabotaggio per evitare conseguenze spiacevoli per loro e le loro famiglie. Ecco perché due delle quattro divisioni mobili italiane di stanza in Sicilia si sfaldarono, in buona parte, all’arrivo degli angloamericani. Michele Pantaleone scrive in “Mafia e droga” che il 70% dei soldati delle divisioni “Assietta” e “Aosta” - quota corrispondente, appunto, a quella dei militari siciliani - il 21 luglio 1943, a sbarco avvenuto, “scomparve senza lasciare traccia pregiudicando, così, l’intero apparato difensivo siciliano”. Questo si era verificato poiché, come spiega Giuseppe Carlo Marino “il boss mafioso Genco Russo e i suoi sgherri avevano fatto intendere che c’erano parecchi malintenzionati che li avrebbero fatti fuori prima dell’arrivo degli anglo-americani”. 

I soldati siciliani della “Assietta” e della “Aosta” provenivano dai ceti agrari e, come contadini, erano da sempre vessati dalle pressioni dei capi mafia e sottoposti ai loro ordini. Non a caso, una simile diserzione di massa non avvenne nella divisione “Livorno”, poiché in essa i siciliani erano pochissimi, appena il 9%. A ulteriore conferma, va considerato che i soldati siciliani costituenti il 60% della divisione “Napoli” fecero, invece, il loro dovere fino in fondo – ed eroicamente - perché si trovavano nella Sicilia orientale, quindi al di fuori della sfera di influenza dei mafiosi collaborazionisti (attivi, piuttosto, nell’entroterra). Questo dimostra che i militari siciliani non erano affatto meno “costituzionalmente combattivi” degli altri soldati italiani. A riprova di ciò, come appurato dal convegno svoltosi lo scorso anno a Napoli, voluto dal presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, i siciliani furono, insieme ai campani, i più numerosi italiani partecipanti alla Resistenza e, nel nord Italia, dimostrarono grande spirito combattivo. 

Il guiderdone della mafia sarà, dopo lo sbarco alleato, la piena infiltrazione nel tessuto politico-amministrativo di gran parte dei comuni isolani, supportata dall’Allied Military Government of Occupied Territories (Amgot). Dopo aver lucrato con il mercato nero durante il conflitto, Cosa nostra comincerà a prosperare, nel dopoguerra, soprattutto con il traffico di stupefacenti. 


L’eroismo dimenticato della “Livorno“ e della “Napoli”  .

Al momento dello sbarco, il 10 luglio 1943, la divisione motorizzata “Livorno”, per ordine del comandante della 6° armata, il valido generale Alfredo Guzzoni (poi processato dalla Rsi, ma assolto) fu prontamente mandata all’attacco della testa di ponte americana, sulle spiagge di Gela. Era da sola: come riferisce il suo comandante, gen. Domenico Chirieleison, l’appoggio della divisione corazzata tedesca “Hermann Goering” giunse, infatti, diverse ore dopo. Il comandante americano George Patton sottovalutò, inizialmente, la Livorno (convinto che le sue truppe avrebbero facilmente respinto quei “vigliacchi italiani”, come ebbe a definirli) ma, in capo a poche ore, l’impeto di quei soldati, pure, male armati, quasi privi di armi automatiche, senza copertura d’artiglieria e con pochi, obsoleti carri armati, riuscì a far arretrare gli statunitensi fino all’abitato di Gela e a travolgere le loro linee difensive. Furono momenti molto difficili per gli americani anche perché da Malta gli aerei inglesi non erano potuti decollare, in appoggio, a causa della nebbia.


Patton ordina il reimbarco? 

A quanto riferisce il generale Alberto Santoni in una pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Patton fu colto dal timore e diramò ai suoi persino l’ordine di prepararsi a un possibile reimbarco. Per quanto la circostanza fu poi negata dall’interessato e dal Pentagono, il testo del radiomessaggio, intercettato dal comando italiano di Enna, “dovrebbe trovarsi - scrive Santoni - ancora negli archivi dell’Esercito”. 

Dietro nostra richiesta, l’Ufficio storico dell’Esercito non ha ritrovato il documento citato, ma ha prodotto una importante nota del Comando della XVIII Brigata Costiera che riporta, alle ore 15.00: “E’ stato notato che i natanti (Usa) vanno e vengono dalla spiaggia di Gela, si ha l’impressione che il nemico riprenda rimbarco”. Come sottolineato dallo stesso Ufficio storico, però, il generale Emilio Faldella scrive, invece, di una intercettazione contemporanea relativa a una semplice richiesta di rinforzi da parte di Patton. L’episodio sembra, però, ancora riconfermato, nelle sue memorie, dal tenente della “Livorno” Aldo Sampietro che ricordava l’istante di speranza in cui vide “carri armati americani ripiegare verso la spiaggia per reimbarcarsi”. Anche Raffaele Cristani, un altro ufficiale reduce, riporta: “Fino a quel momento gli americani si erano sempre ritirati di fronte ai nostri battaglioni, tanto che ci fu un momento in cui sembrò che stessero per ritirarsi”. 

Se è vero, come riportano varie fonti, che la Livorno stava per costringere gli americani alla ritirata nel settore di Gela, questo avrebbe potuto compromettere l’intera invasione. (Quanto alla terminologia, va osservato che gli stessi angloamericani si consideravano degli “invasori” come si legge nella Soldier’s Guide of Sicily, distribuita alle loro truppe).




L’uragano di fuoco navale  .

Le truppe da sbarco di Patton erano in crisi, così le navi angloamericane ricevettero l’ordine di intervenire per salvare la situazione. Contro gli italo-tedeschi si scatenò, allora, un inferno di fuoco navale prodotto dai cannoni da 340 mm che “aravano” letteralmente sezioni di terreno procedendo di 100 metri alla volta, disintegrando qualsiasi forma di vita vi si fosse trovata. Poi si aggiunsero le bombe degli aerei inglesi, che erano finalmente riusciti a partire da Malta. I difensori dovettero ritirarsi. In un caso, un reparto italiano fu costretto ad arrendersi perché gli americani utilizzavano prigionieri di guerra come scudi umani. Nella “Relazione cronologica degli avvenimenti” del XVIII Comando Brigata Costiera, infatti, il generale Orazio Mariscalco annotò: “Il col. Altini comunica che la 49a btr. si è arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri…”.

Fu una carneficina per i giovani della “Livorno”, come ricorda Pierluigi Villari ne “L’onore dimenticato”: resisteranno ad oltranza per 24 ore tra i ruderi di Castelluccio di Gela. Un soldato così annotava nel suo diario: “Eravamo stretti uno all’altro, immersi nella polvere; era un martellare implacabile di una quarantina di cannoni navali, di pezzi di artiglieria campale, i colpi ci piovevano vicinissimo tutt’attorno mentre schegge, pallottole, sassi fischiavano sulla nostra testa”.

In totale, la “divisione fantasma”, come recita il titolo di un saggio di Camillo Nanni, lasciò sul campo, tra morti, feriti e dispersi, 7.200 uomini dei suoi 11.400 effettivi. 

Anche nel settore inglese, più ad est, la divisione di fanteria “Napoli” insieme al Kampfgruppe “Schmalz”, combatté strenuamente fino all’annientamento. I pochi elementi superstiti si sacrificarono per permettere agli alleati tedeschi di ritirarsi sul fiume Simeto. 

 Alle due divisioni “Livorno” e “Napoli” che, pure, avevano giurato fedeltà al Re e non al Duce, sono stati negati per decenni, in nome della politica, la memoria e l’onore che spettavano loro per aver difeso, fino all’estremo sacrificio, il proprio paese.  

 Furono ben 630, infatti, le medaglie al valore – per gran parte postume – concesse ai militari del solo Regio esercito (escludendo Marina e Aeronautica) che difendevano la Sicilia. Di essi si ricordano il caporal maggiore Cesare Pellegrini, che impegnato in furiosi corpo a corpo, fu alla fine pugnalato nel fortino di Porta Marina; il sottotenente carrista Angelo Navari che col suo carro armato riuscì a impegnare una intera compagnia di soldati americani; il colonnello Mario Mona che resistette a oltranza di fronte alla spropositata preponderanza nemica per poi scomparire nella mischia; il sottotenente Luigi Scapuzzi che si sacrificò a Leonforte per permettere ai suoi colleghi e ai suoi uomini di poter ripiegare.


La stragi sconosciute dei prigionieri italiani .

Ai soldati che caddero prigionieri, non sempre capitò una sorte migliore dei loro commilitoni caduti.

Sono, purtroppo, diverse le stragi compiute dagli americani ai danni di militari italiani arresi e civili inermi. A questi eccessi contribuì in modo determinante lo spirito particolarmente aggressivo infuso da Patton ai suoi uomini. Riportiamo uno dei suoi discorsi agli ufficiali precedenti lo sbarco: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! » Molti subalterni lo presero alla lettera, come dimostra, ad esempio, il Massacro di Biscari che vide 76 prigionieri italiani e 12 civili cadere sotto le mitragliate del capitano John Compton e del sergente Horace West. Come riferisce Andrea Augello in “Uccidi gli italiani”, Compton si giustificò dichiarando che credeva di aver ben interpretato le parole del generale Patton. Anche gli otto carabinieri di Gela che si erano arresi dopo una breve resistenza fiaccata dal tiro navale, come ha rivelato il saggista Fabrizio Carloni, furono passati per le armi senza motivo. E ancora, le stragi e gli ammazzamenti di Piano Stella, di Comiso, di Castiglione, di Vittoria, di Canicattì, di Paceco, di Butera, di Santo Stefano di Camastra e vari altri paesi sono stati indagati dai testi di Giovanni Bartolone (“Le altre stragi”), Franco Nicastro (“Le stragi americane”) e Gianfranco Ciriacono (“Le stragi dimenticate”). Quasi tutti i responsabili, nei casi in cui furono sottoposti a corte marziale, furono assolti o condannati a pene irrisorie. Pubblichiamo la sentenza di assoluzione del capitano Compton, solo per breve tempo desecretata dagli archivi americani. Justin Harris, in una tesi di laurea dell’Università di San Marcos, in Texas, spiega che la sentenza fu “not guilty” – non colpevole, perché la commissione che giudicò Compton apparteneva alla sua stessa divisione, la 45esima. Harris ha anche pubblicato i nomi di tutti i militari che facevano parte del gruppo di fuoco. 

 A Troina (EN), poi, cominciarono gli stupri, le uccisioni e le razzie del reparto Tabor, composto da 832 militari marocchini sbarcati al seguito della 3° divisione americana, che si protrarranno per quattro mesi fino alla Toscana segnando le vite di 60.000 italiani. Il dato si riferisce alle denunce raccolte dall’Istituto nazionale per le vittime di guerra, ma è sottostimato considerando che denunciare uno stupro, all’epoca, richiedeva molto coraggio. Notizie sulle cosiddette “marocchinate”, sono riportate da Bruno Spampanato in “Contromemoriale”. 




PER SAPERNE DI PIU’ : I LIBRI DELLA LANTERNA SULLA STORIA MODERNA, VISTA SENZA PARAOCCHI  :



mercoledì 1 marzo 2017

BIOGRAFIA PROFESSIONALE DELL' AVVOCATO EDOARDO LONGO



L’ avvocato Edoardo Longo è’ nato a Sacile (Pordenone) il 12.05.1958 e risiede a Pordenone. Ha conseguito la maturità classica presso il liceo classico Don Bosco nel 1977 e si è laureato in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste con una tesi  in diritto processuale penale molto critica verso la legislazione cosiddetta “d’emergenza” degli anni ’70 e ’80 e dal titolo Il pentimento del reo e i suoi riflessi sulla giustizia penale[1] nonché con una tesi in diritto penale sul tema de I delitti contro l’integrità della stirpe .[2]. E' cattolico praticante.

Svolge la professione di avvocato dal 1990 dopo esser stato patrocinatore legale dal 1984 al 1990 e Vice Pretore Onorario presso la Pretura di Pordenone dal 1986 al 1991.[3]


Dal 2003 è iscritto all’Albo speciale degli avvocati ammessi al patrocinio presso la Corte di cassazione e presso le giurisdizioni superiori. [4]

Arbitro presso le Camere di Commercio di Udine, Gorizia, Pordenone, Belluno, Treviso.

Ha sempre svolto con continuità la professione forense tendendo con gli anni a specializzarsi nel settore penale.

In questo ambito, ha svolto  molteplici difese  penali per accuse politiche formulate in base alle leggi liberticide in vigore e ha sempre difeso con inattenuazione difensiva molte persone finite nei gangli di processi penali maturati in ambiti poco puliti e ad opera di  lobbies che controllano la magistratura e se ne servono come strumento di controllo sociale.

Specializzato ormai da anni in processi politici, ha difeso svariati gruppi di opposizione : da vari gruppi di destra come il M.F.L., il  Fronte  Nazionale Sociale, il Movimento Italiano d’ Azione, o il sindacato di destra Cisnal  ( poi U.G.L.) ,fino  agli skinheads  veneti e friulani, senza dimenticare tanti ricercatori revisionisti ,  giungendo poi, in anni recenti,   alla attuale galassia di opposizione al sistema, costituita dai vari movimenti indipendentisti.

L’ avvocato Longo è attualmente legale di riferimento di vari di questi gruppi : dal Movimento Trieste Libera, al Governo Veneto, al Governo nasionae veneto ed altre realtà consimili.

Questa  specializzazione professionale in processi politici e di “ contrasto”  è stata  la fonte di una serie di pesanti ritorsioni sull’avvocato da parte di tali lobbies che non amano “intralci” nelle loro operazioni di politica giudiziaria e repressione del dissenso politico  per mano giudiziaria.

Difensore senza attenuazioni opportunistiche nei processi politici contro il dissidenti politici del sistema politico dominante ,  ha riversato la sua esperienza in materia in alcuni libri e in moltissimi articoli contro le aberrazioni del sistema giudiziario al servizio delle lobbies plutocratiche internazionali. Non è mai stato iscritto ad alcun partito politico, per mantenere la massima libertà nell’ esercizio della professione forense.

Per l’ambito di impegno professionale e  per la intensa attività pubblicistica non conformista, l’avvocato Edoardo Longo è stato a lungo soggetto ad una serie di ritorsioni disciplinari e giudiziarie che hanno avuto origine nella lobby dell’ordine forense controllata dai consiglio dell’ordine forense. Una lobby poco pulita e al soldo conclamato dei poteri forti e finalizzata a mantenere il controllo dell’ avvocatura in modo che non sia di ostacolo alla lobby giustizialista più accanita e non vengano attaccati neanche i santuari finanziari , politici ed economici della struttura del sistema dominante.

La storia di questo attacco repressivo liberticida è ripercorsa nel libro di Robin Hood dal titolo Toghe e Forchette. La giustizia secondo l’ordine forense libro a lungo introvabile a causa di una trasversale azione del consiglio dell’ordine per toglierlo dal mercato a causa delle sue esplosive documentazioni.

Innumerevole l’elenco delle pubblicazioni con cui ha collaborato in anni giovanili ,e che qui ricordiamo :  Diorama Letterario, Margini, Libraria, L’Altro Regno, Orion, Diesel, Keltic, L’Araldo di Thule, la Rivista del  Club Alpino Italiano, la Rivista del club Alpino Accademico Italiano, Alp, Convivium, Arthos, Algiza. Questo per quanto riguarda un ambito di pubblicistica letteraria e collegata al mondo dell’ alpinismo, poi abbandonata col passare degli anni.

In campo più schiettamente politico, ricordiamo :  Sentinella d’Italia, Giustizia Giusta, Il Courrier du Continent, Ciaoeuropa, Costruire, Il Popolo d’ Italia [5]

Il suo impegno professionale nei processi politici e la sua attività pubblicistica sul tema della malagiustizia, hanno  attirato col tempo  una sorda e rabbiosa reazione repressiva da parte delle cupole mafiose dell’avvocatura la servizio dei poteri forti trasversali.

Poichè tali lobbies di malaffare stentavano a distruggere la vita professionale e lavorativa dello scomodo avvocato, sul finire degli anni ’90 vennero attivati i gangli giudiziari legati ai medesimi gruppi di pressione di tipo massonico presenti a piene mani nella magistratura, ed ebbe inizio un attacco giudiziario senza precedenti e di rara violenza contro l’ avvocato Edoardo Longo : artefice principale  la procura della repubblica di Pordenone, legata a filo doppio con ambienti massonico – affaristici presenti nel mondo forense.

Nel corso del 2005 l’ondata repressiva giudiziaria è andata sgretolandosi e tracce di questa operazione a regia sono state elaborate in diversi libri dell’ avvocato Longo . A tutt’ oggi questa violenta forza d’ urto di illegalità è  quasi spenta e l’ avvocato Edoardo Longo è rimasto un cittadino incensurato a riprova dell’ uso perverso ed illegale dei processi penali contro di lui intentati a fini politici.

La assoluta infondatezza e strumentalità lobbistica dell' assalto giudiziario patito dall' avvocato Edoardo Longo è certificata dalla circostanza che lo stesso, nonostante la violenta ed illegale aggressione giudiziaria, è perfettamente incensurato. ( vedasi certificato cliccando QUI ). 



Attualmente l’ avvocato Edoardo Longo è uno dei legali penalisti più accreditati per serietà, esperienza e determinazione nell’ ambito delle Venezie   . [6] Trent’ anni di ininterrotta attività forense sono una garanzia di professionalità indiscussa.

Ne fa fede l’ ampia raccolta di echi e cronache di stampa pubblicati sia sul sito dello Studio Legale Longo :


che sulla pagina facebook dello stesso :



La sua attività professionale si estende in particolare nelle città di Trieste, Venezia, Pordenone,  Treviso.

Ricca la pubblicistica di Edoardo Longo,  invisa per molteplici ragioni ai poteri forti, in particolare a quelli legati al mondo giudiziario.

Infatti, dalla propria esperienza professionale, l’ avvocato Longo ha tratto materiale per molti scritti e libri in materia di malagiustizia .

L’ intiera bibliografia culturale dell’ avvocato Longo è segnalata sul sito ufficiale del suo studio legale a questo indirizzo :



Ricordiamo solo alcune fra le sue più significative  opere in tema di malagiustizia : Il caso holy War, Inquisizioni Democratiche, prove tecniche di dittatura, Equitalia e i suoi orrori, Autodifesa, Interviste sulla Malagiustizia , Magistratura criminale, Sicofanti. Maggiori dettagli ed informazioni sul sito dedicato proprio alla bibliografia integrale dell’ avvocato Edoardo Longo :


Il sito ufficiale della sua attività di avvocato penalista  è  STUDIO LEGALE LONGO, al seguente indirizzo :


la pagina facebook dello STUDIO LEGALE LONGO si trova invece al seguente indirizzo :


Su questa pagina sono pubblicati periodicamente gli scritti e le riflessioni sulla malagiustizia e sui processi penali che ancora oggi l’ avvocato Longo elabora.

La mail ufficiale dello studio è la seguente :


Tutti gli altri dati per reperibilità sono pubblicati al seguente link :







[1] Attualmente edita dalle Edizioni della lanterna.

[2] Attualmente edita dalle Edizioni della Lanterna.

[3] Diplomi pubblicato nel sito STUDIO LEGALE LONGO.

[4] Certificazioni pubblicate nel sito STUDIO LEGALE LONGO.
[5] Vari attestati di collaborazione sono pubblicati sul sito STUDIO LEGALE LONGO .

[6] Vedasi varie rassegne stampa pubblicate sul sito STUDIO LEGALE LONGO. 

IL TRUCCO DELLE TRE FATTURE



Prosegue la nostra piccola inchiesta nei gironi infernali della giustizia italica e a proposito delle truffe giudiziarie in danno degli “ avvocati dei poveri” :  come gli uffici giudiziari rubano ai poveri per dare ai ricchi, cioè a se stessi....

Pubblico questa volta una altra lettera di un Collega ( anonimo, altrimenti si scorda di esser mai pagato.. le toghe e i loro vassalli sono molto vendicativi, si sa…) che perora il pagamento di una parcella emessa circa 8 anni fa e mai onorata dalle vestali della giustizia.

In questa lettera di parla di una fattura che i funzionari di cancelleria hanno fatto rifare quattro o cinque volte al povero avvocato ( pure piuttosto anziano ) come se fosse il fantozzi di turno…

Attenzione, non si tratta solo di un comportamento molto arrogante ed odioso, ma l’ applicazione di un metodo di vessazione molto in voga nei palazzi di giustizia .

Ne parlerò diffusamente nel libro che trarrò da queste esperienze e testimonianze e che intitolerò proprio Le toghe di Superciuk, ma un accenno si rende opportuno.

Come tutti sanno , la legge e la Unione Europea impongono allo stato italiano di onorare i debiti entro un termine di 60 – 90 giorni. Il termine decorre dalla emissione delle fattura.

Orbene, quando un giudice liquida una parcella, le norme fiscali ( dello stato italiano) impongono al contribuente di emettere subito la fattura, anche se ancora non ha incassato, agevolando comunque il pagamento dell’ IVA allo step successivo, cioè l’ avvenuto pagamento della fattura.

Tutto sembra chiaro e scorrevole : avviene la liquidazione, l’ avvocato emette la fattura subito dopo perché tenuto dalla legge, entro 90 giorni ricevere i suoi soldi .

Credete  che vada così ?

Neanche per idea.

Poichè il termine decorre dalla emissione della fattura , le cancellerie degli uffici giudiziari hanno escogitato un sistema ( tollerato dai magistrati, che fanno finta di non vedere ) per evitare i pagamenti : dapprima tentano di imporre all’ avvocato di non emettere la fattura : “ ce la mando quando gliela chiediamo noi”, dicono melliflui e con la sottile speranza di far passare anni e anni senza emissioni di moleste fatture …

Infatti, l’ obbligo di pagamento in tempi stretti decorre dalla emissione delle fatture : niente fatture, niente decorso del termine e pagamenti ritardati a tempo indefinito…

La parola d’ ordine – tenuta ben nascosta  in questi uffici - è : “ mai pagare gli avvocati ( quelli “ dei poveri”, ovviamente ) perché altrimenti il Ministero rimane senza soldi e non paga gli stipendi a noi…”

Ovviamente, non tutti gli avvocati sono disposti a compiere violazioni fiscali per non emettere le fatture cui sono tenuti per legge e, ricevuta la liquidazione, emettono fattura , sulla quale poi pagheranno le tasse anche se non pagati.

Cosa hanno escogitato questi nobili uffici che rappresentano la italica  giustizia ?

Semplice, come avrete già intuito : rispediscono al mittente la fattura, dicendo che “ è sbagliata”, inventandosi di volta in volta imperfezioni formali prive di rilievo, ma che giustificano la reiezione illegittima del documento.
Così avanti fino all’ infinito, incuranti che, a fronte di un documento fiscale respinto, il contribuente sia costretto ad una serie infinita di correzioni contabili ( note di accredito, fatture in sostituzione, ecc…ecc..) . Se glielo fai notare, ti dicono, con la sfacciataggine di evasori fiscali incalliti : “ la stracci avvocato, e ne rifaccia un ‘ altra”…. Il che fa anche venire degli strani sospetti su come venga tenuta la contabilità negli  uffici giudiziari. Diciamo :  in modo molto allegro ?

Ma tanto a loro di questo non gliene può fregare di meno : avete mai visto la Guardia di Finanza entrare in ufficio giudiziario per una verifica ?

E così gli avvocati dei poveri, con il trucco delle fatture rifatte all’ infinito, vengono bellamente truffati per anni e anni, come il collega  di cui leggerete la supplica qui sotto….

Mi chiedete se non c’è un sistema per far cessare questo metodo corrotto ?

Ingenui : pensate forse di rivolgersi alla magistratura ? Come minimo vi accuseranno di aver calunniato questi poveri ed onesti funzionari….

Ma a ben pensarci un metodo ci sarebbe : basta avvicinare il funzionario giusto, quello che ha accesso ai cordoni della borsa delle liquidazioni e, strizzandogli un occhio e chiamandolo “ compà” , allungargli una bella cento euro….

“ L’ acqua è poca e la papera non galleggia “, dicevano dei comici irresistibili  anni  alcuni anni fa…
Ma state tranquilli : a non galleggiare sarete voi, non certo i funzionari del ministero della italica giustizia (?) : quelli sì che sanno stare a galla

Mi chiedete : e i magistrati cosa fanno ? Semplice : quello che facevano le stelle di Cronin : stanno a guardare….

Avvocato Edoardo Longo




Spett.

PRESIDENTE DELLA CORTE D’ APPELLO

Palazzo di giustizia di ………………….

Preg.mo Sig. Presidente,

come da reiterata e sempre evasa richiesta, trasmetto ai competenti uffici della Corte d’ Appello, attraverso il Suo autorevole tramite , l’ ennesima fattura nr. 32-2009 ( allegata ) sostitutiva di pregressa fattura, per la medesima causale, che ho dovuto rifare per lagnanze della cancelleria.

Si tratta della quarta o quinta volta che trasmetto la fattura rifatta, e mai la cancelleria si è pregiata ritenerla valida, sia pur mai , pur richiestane dal sottoscritto, si sia peritata di scrivere un appunto con il dettaglio delle cifra che fosse di gradimento della cancelliera stessa .

Allego anche il relativo decreto di liquidazione della parcella, che attende ancora  di essere onorato da questa Spettabile  Autorità Giudiziaria.

Ho il sospetto – solo il sospetto, per carità ! -  che di fronte di questo comportamento defatigatorio, urtante, maleducato e assolutamente non collaborativo della cancelleria de quo, vi sia la precisa volontà di sabotare il pagamento delle mie sudate e dovute competenze legali. Chiunque lo sospetterebbe, dopo esser stato costretto quattro volte ameno a rifare una fattura, senza che mai il riluttante impiegato abbia fatto lo sforzo di indicare come fosse di suo gradimento la fattura stessa… il minimo che sarebbe dovuto ad un lavoratore esasperato che attende il suo pagamento.

Le confesso che mi sono sentito come il povero falegname  del famoso film di Alberto Sordi,  al quale  il Marchese del Grillo non voleva pagare un lavoro accampando speciosi e allucinanti pretesti.

Voglio sperare che, tramite il Suo autorevole intervento cui mi affido speranzoso , io venga finalmente pagato, dopo anni di attesa ed umiliazione, e che, dopo essermi sentito come il falegname giudìo alle prese con il Marchese del Grillo, io non debba, poi, fare la fine del Pinocchio derubato del suoi trenta zecchini….

Allego l’ ennesima versione della fattura, confidando che stavolta incontri il gradimento della sua sofisticata cancelleria….

Attendo fiducioso notizie e nel frattempo Le porgo i miei doverosi ossequi.


( lettera firmata )